Chi lavora negli spazi confinati conosce bene il tripode. Lo si trova ovunque: nei corsi di formazione, nei container attrezzati, a volte perfino improvvisato in aule dove manca un passo d’uomo simulato.
Fuori dall’aula, però, la situazione cambia. Nella realtà quotidiana dei cantieri, il tripode copre molte meno situazioni di quanto si tenda a credere.
Uno strumento che a nostro avviso merita più attenzione è la gru mobile con base a H.
Come sito che segue il mondo dei sistemi anticaduta, ci capita spesso di leggere articoli che trattano gru e tripodi come se fossero intercambiabili.
Non lo sono. E la differenza, quando si tratta di mettere in sicurezza un accesso verticale, pesa in modo concreto. Se hai davanti un’apertura ampia, oppure un bordo dove il “terzo piede” del tripode non trova appoggio, in questa guida proviamo a chiarire come stanno le cose.
Cos’è, in concreto, una gru con base a H
La gru per spazi confinati, chiamata anche braccio davit, è un dispositivo di ancoraggio mobile che si utilizza in verticale. Assolve tre funzioni contemporaneamente: protegge chi scende, offre un punto di ancoraggio a chi assiste dall’esterno e permette di recuperare l’operatore in caso di emergenza.
La “base a H” è ciò che rende la gru autoportante. Il nome deriva dalla forma del basamento: due traverse disposte a H che allargano la superficie d’appoggio.
In questo modo il dispositivo scarica le forze in modo baricentrico, senza bisogno di essere fissato al pavimento. Sembra un particolare secondario, ma cambia molto: non richiede di inghisare, forare o coinvolgere un installatore.
I basamenti a H dispongono inoltre di piedini regolabili in altezza. Basta pensare a una gru piazzata su un piazzale sconnesso, o su un terreno battuto vicino a un pozzetto stradale.
Senza la possibilità di livellare la base, il braccio finisce fuori piombo e il carico lavora storto. Con i piedini, invece, si ottiene un appoggio corretto anche dove il terreno non aiuta.
Perché il tripode spesso non basta
Partiamo da un ragionamento di geometria elementare. Il tripode ha tre gambe incernierate in cima, e una di queste è necessariamente opposta rispetto alle altre due.
Funziona bene dove esiste una superficie stabile tutt’intorno all’apertura: tombini, pozzetti, fosse strette. In pratica un passo d’uomo verticale, di dimensioni contenute, con terreno solido su ogni lato.
Le cose cambiano quando l’accesso avviene da un bordo vasca, da un canale o da una fossa priva di appoggio su un lato.
Lì il tripode diventa inutilizzabile, semplicemente perché manca lo spazio per il terzo piede. In situazioni del genere la gru con base a H rappresenta spesso l’unica soluzione praticabile.
Però, né la gru né il tripode sollevano fuori dall’asse verticale oltre una trentina di gradi. Se l’infortunato si trova spostato rispetto alla verticale del cavo, non è possibile trascinarlo in orizzontale sul fondo.
Serve una procedura di entry rescue: un soccorritore entra, raggiunge l’infortunato e lo riporta sotto la verticale prima di sollevarlo. La gru serve a tirarlo su dritto, non a recuperarlo se si trova in altre posizioni.
Le normative da conoscere
Su questo fronte le regole sono piuttosto chiare. In ogni caso, prima di affidarsi a un dispositivo, conviene sempre verificare l’etichetta e il manuale d’uso.
Le certificazioni di riferimento sono queste:
- EN 795 Tipo B: la norma dei dispositivi di ancoraggio mobili. Devono rispettarla sia la gru sia il tripode.
- CEN/TS 16415: entra in gioco quando più di una persona può ancorarsi al dispositivo nello stesso momento. In quel caso il manuale deve indicare il numero massimo di operatori.
- EN 1496: riguarda i verricelli (argani, winch) per il sollevamento di persone in emergenza, da abbinare alla gru.
- UNI EN 1808: la norma delle piattaforme sospese. Se la gru viene impiegata per calare e sollevare personale durante il lavoro, anche l’ancoraggio deve esserle conforme.
Un aspetto spesso sottovalutato: le certificazioni valgono unicamente per il dispositivo nella configurazione dichiarata dal costruttore.
Aggiungere prolunghe, contrappesi o bracci non originali significa uscire dal perimetro certificato, con tutte le conseguenze del caso.
Le caratteristiche che fanno la differenza
Le gru di qualità sono realizzate in acciaio inox, e non per una questione estetica.
In ambienti aggressivi come le vasche di depurazione, tra umidità e sostanze chimiche, i materiali scadenti si degradano rapidamente, e un dispositivo che deve reggere una persona non è il punto su cui risparmiare.
Ci sono poi altri elementi da valutare al momento della scelta. Il braccio regolabile su più altezze, in genere intorno a 2,3 m, 1,9 m e 1,5 m, per adattarsi alla profondità e alla forma dello spazio.
Gli anelli di ancoraggio multipli, che consentono di fissare in sicurezza sia il sistema di sollevamento sia i dispositivi anticaduta ausiliari.
La portata, che su molti modelli arriva a 300 kg, sufficiente sia per il sollevamento di persone sia per il trasporto di attrezzature e materiali.
Conta molto anche il brandeggio, ovvero la rotazione del braccio sull’asse del fusto. Di norma va dai 60° ai 180°, in alcuni casi fino a 360°.
È ciò che permette di prendere l’operatore sulla verticale dell’accesso e depositarlo sul piano stabile senza doversi sporgere.
Se l’accesso avviene tramite scala a pioli, con rischio di caduta in fase di ingresso e uscita, è opportuno aggiungere un anticaduta ausiliario: retrattile a norma EN 360, oppure di tipo guidato secondo EN 353-2.
Per capire come questi elementi si traducano in un prodotto concreto, può essere utile confrontarli con le gru per spazi confinati di Pegaso Anticaduta, dove le versioni mobile e fissa sono descritte con le rispettive configurazioni.
Mobile o fissa: come orientarsi
La versione mobile con base a H è pensata per chi cambia scenario di continuo. Una sola persona la sposta da un’apertura all’altra e gestisce aperture più grandi di quelle coperte da un tripode.
È la scelta più naturale per chi offre servizi in spazi confinati a clienti diversi, spesso non attrezzati: si porta in cantiere, si posiziona e si è subito operativi.
La versione fissa assolve le stesse funzioni, ma richiede un basamento inghisato o ancorato al pavimento.
Ha senso dove l’accesso è sempre il medesimo: il bordo di una vasca di decantazione, un punto di ispezione ricorrente. In questo caso, però, c’è un passaggio da non sottovalutare.
Lo spessore e la resistenza della struttura di supporto, in rapporto all’ancorante scelto, vanno verificati da un ingegnere strutturista con relazione di calcolo, prima dell’installazione.
Non si tratta di un adempimento formale: da questo dipende se l’ancoraggio tiene oppure cede.
Se il lavoro si svolge su cantieri temporanei o su interventi stradali, il nostro consiglio è di orientarsi sulla base a H mobile.
La possibilità di non forare nulla e di livellare l’appoggio su qualsiasi superficie ripaga ampiamente in termini di tempo e flessibilità.
Un ultimo aspetto pratico
Nel decidere dove collocare la gru, conviene non fermarsi all’apertura, ma considerare anche lo spazio libero intorno e sopra di essa.
Il braccio deve poter ruotare per depositare l’operatore in sicurezza, e in ambienti come sottotetti o camerette di ispezione l’ostacolo in altezza è più frequente di quanto si immagini.
Alcuni produttori propongono fusti di altezza ridotta proprio per queste situazioni, altri prolunghe per rialzarli. In entrambi i casi, misurare con attenzione prima dell’acquisto evita brutte sorprese.
La gru mobile con base a H non è tra i dispositivi più conosciuti del settore.
Eppure, in moltissime situazioni reali, è l’unica davvero adatta al compito. Se ti trovi a scegliere tra tripode e gru e hai davanti un’apertura ampia o un bordo senza appoggio, ora disponi di qualche elemento in più per orientarti.